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lunedì 15 aprile 2013

Lavoro e precariato. Mal comune mezzo gaudio



Come mai, dico io, ci sorprendiamo della precarietà nel mondo del lavoro? Non è forse la condizione umana, per definizione, ad essere precaria?
E dire che eravamo avvisati fin dai tempi del catechismo. Bei tempi quelli! C’erano una volta Adamo ed Eva, ci hanno raccontato, uno superuomo, l’altra nata da una sua costola. Visto che Donna vuol dire Danno, con tutti gli animali del giardino terrestre, secondo voi Eva, da chi doveva accettare una mela? Da una strega cattiva travestita da serpente (o almeno così mi pare di ricordare). E da allora l’uomo e la donna furono condannati per sempre.
Sì, condannati: LEI al “parto con dolore”;
 al mese con la settimana di dolore;
alla depilazione con dolore;
alla tinta dei capelli bianchi che l’uomo invece brizzolato è affascinante;
alla caccia alle streghe; 
alla lapidazione per adulterio;
alla scalata sociale con la gonna (che non c’è cosa più scomoda);
ai tacchi (gioiello di ingegneria sadica);
alla  domanda di ogni titolare d’azienda durante il colloquio di lavoro “non è che per caso mi fai scherzi e rimani incinta?” (che ti viene da rispondere: pure se ci provi con tutte le tue forze, di te mai, ti assicuro);
e alla generale difficoltà di condurre una vita soddisfacente, senza dover scegliere, per forza, tra una famiglia e un’occupazione.

LUI (poverino): condannato a “lavorare con sudore”.


Ora, diciamocelo: il sudore è una prerogativa maschile. Non c’è uomo senza goccia di rugiada sulla fronte, non c’è calzino che viva più a lungo di una partita a calcetto con gli amici. L’uomo suda persino quando l’unico movimento che gli è richiesto è quello di alzarsi dal divano per sedersi a tavola, che è pronto. E allora, dico io: qual è realmente la condanna divina per questo essere che al sudore è abituato e per giunta, lavorando, può realizzarsi, dimostrare le proprie capacità, portare con orgoglio il pane a casa????!!!
 E allora sapete che vi dico? Che nella terribile situazione di precariato che ci accomuna tutti, noi donne, cerchiamo di guardare il bicchiere mezzo pieno.
Per una volta l’uomo la sua “condanna divina”, pur volendo, non la può scontare. Per una volta, mal comune mezzo gaudio.
Ci sono e ci faccio.
la vostra Zia

martedì 19 marzo 2013

AAA Vendesi laurea di seconda mano, come nuova. Giorgio ci ha provato.


La laurea? Non è che non serve. No, è il formato di stampa ad essere sbagliato. Se la stampassero, infatti, su fogli stretti e lunghi, ma lunghi lunghi, e morbidi, ma morbidi morbidi..e magari resistenti, perché no, giusto per essere all’altezza dei concorrenti più agguerriti come Scottex, allora, perlomeno il formato cartaceo, sarebbe un po’ più utile in questo momento storico.
Vi avevo già parlato di Università fornendo una piccola guida, passo per passo, rivolta allo studente coraggioso (che trovate qui 
http://paroladiziacin.blogspot.it/2012/06/8-regole-per-sopravvivere-all.html), ma oggi, quello che vi vorrei segnalare, è la storia di un ragazzo che la laurea ha cercato di vendersela. E in che modo! Su una bacheca virtuale per annunci.

In pratica: Giorgio si è laureato in Scienze Politiche ma, come molti suoi coetanei italiani, non è riuscito ad utilizzare questo titolo di studio, traguardo raggiunto ovviamente con tanti sacrifici e tenacia, per trovare un’occupazione. Così, un giorno, pubblica un annuncio su bakeca.it, nella sezione “varie e regali” dove cede il suo diploma di laurea in cambio di un posto di lavoro. Mica male come idea! La redazione del sito, per motivi di regolamento, elimina il messaggio. Tuttavia, gli concede di spiegare le sue motivazioni in un post del blog, questo qui http://blog.bakeca.it/blog/vendesi-causa-mancato-utilizzo-laurea-in-scienze-politiche/.
A quanto pare, l’annuncio di Giorgio è stata una provocazione bella e buona per qualcuno, ed una pacca virtuale sulla spalla per qualcun altro. Una morale da manuale, ma ho il sospetto che Giorgio avrebbe voluto dire di più. Il fatto è che il pessimismo crea panico, soprattutto se veicolato sul web, dove i lettori sono tanti e variegati. Ma vogliamo negare che ci siano realmente facoltà che non forniscono le competenze adeguate a ricoprire uno specifico ruolo all’interno di un’azienda/ente? Che la maggior parte dei corsi di studio universitari sia inadeguato a tracciare il perimetro di una figura professionale mirata?
Giorgio, giustamente, ha provato a smorzare i toni di quella provocazione iniziale, lanciata sotto forma di annuncio, spiegando che ogni laureato, alla fine, può, con tanti sacrifici, ottenere il lavoro dei propri sogni. Ma la domanda è: con quello che costa l’Università italiana, non bastano i sacrifici che si fanno durante il percorso di studi? E perché quello per cui si studia dovrebbe essere un “lavoro dei sogni” se, con un’adeguata riorganizzazione dei percorsi di studio, potrebbe diventare un “lavoro adeguato”? Studio, pago le tasse, mi laureo e lavoro in quel settore. Sarebbe facile vero?! Non si tratta neanche del solito “se tornassi indietro non mi iscriverei”. Sarebbe inutile rinnegare il proprio percorso di studi, soprattutto perché in Italia abbiamo grandi menti e professori innamorati del proprio lavoro, che hanno saputo trasmetterci nozioni e competenze adeguate per affrontare il mutevole scenario odierno.
La questione si sposta anche sul SENSO del tutto. Perché un ragazzo oggi dovrebbe frequentare la facoltà X, se poi sa già che al 90% finirà a fare tutt’altro? Non ha senso. Allora che creino degli asili per 30enni, corsi generici per tutti, licei bis. Tanto poi, una volta laureato, si finisce indistintamente nel calderone.
La cosa più triste è vedere la rassegnazione nei genitori. Loro, quando avevano latua età, non hanno avuto la possibilità di studiare, di frequentare il campus, di diventare Dottori, di aspirare a “cose grandi”. E così, proprio come ogni buon psicanalista ti direbbe, hanno riversato i loro sogni su di te, perché (almeno una volta nella vita te l’avranno detto) si erano promessi che “ai loro figli non avrebbero fatto mancare niente”. Fino a 5 anni fa infatti, pure tre dai, non immaginavano neanche lontanamente che il figlio non avrebbe trovato lavoro dopo una formazione universitaria. Ma che scherziamo? E qualcuno era pure convinto che le aziende avrebbero pagato di più una professionalità comprovata da titoli e lodi. Come no. Vallo a spiegare a mammà che, durante il colloquio, ti hanno fatto intendere che le lauree e il master sono, al contrario, motivi per non assumerti, perché contribuiscono ad aumentare le tue aspettative sulla retribuzione. Certo: meno titoli di studio, meno pretese.
E poi è arrivato quel momento. Il momento in cui, mentre acquistavi una cartolina in viaggio, la titolare nel negozio ha attaccato bottone raccontandoti della figlia, che sta per laurearsi, ma senza illusioni. E dei nipoti, che dopo tanti studi sono andati all’estero per trovare lavoro, perché qui facevano la fame. “Andatevene che non vi meritano” ripeteva. Lei, la negoziante, è uno di quei genitori che ha smesso di sognare per il proprio figlio, che si chiede giorno e notte se, alla fine, quei soldi spesi per mantenerlo all’università non sono stati sprecati. Che non ti ha salutato con un “buona giornata”, come avrebbe fatto solo 3 anni fa, ma con un rassegnato “buona fortuna per tutto, che voi giovani ne avete bisogno”. Peccato per quel broncio, vendeva belle cartoline.

domenica 16 dicembre 2012

Precario: stai lontano dall'ascensore!!!



Noi della Precario Generation siamo pronti a tutto. Al lavoro flessibile che, con adeguato lavaggio del cervello, stiamo finalmente accettando, e perfino ad essere etichettati come bamboccioni e choosy, ma non siamo preparati all’ascensore, luogo privilegiato di mortificazione per noi giovani. Se esaminassimo qualche ricerca astrusa in merito, scopriremmo certamente che per un 60% l’ascensore è frequentato, all’interno di un condominio, da persone di mezza età e per un 35% da sedentari. Categorie di persone, queste, che noi giovani dobbiamo assolutamente evitare.
Dare la colpa al modernismo architettonico delle nostre città non servirà nel momento in cui un condomino entrerà con noi in ascensore e dirà credendo di fare una battuta “Mi dai un passaggio?”.
Dopo una concisa considerazione sul meteo, infatti, sussegue sempre il “Come va il lavoro?” domanda che cela il desiderio di conoscere ben due notizie: se stiamo lavorando e dove. Non facciamoci ingannare da quella sorta di rassegnazione del vicino di casa al fatto che figli e nipoti plurilaureati non troveranno un posto fisso come era una volta! Ci aspetta una risposta la cui problematicità è direttamente proporzionale al piano del palazzo che dobbiamo raggiungere. Le scene più tristi si verificano in genere per chi sale da piano terra e abita in attico, la cui sorte è determinata dal tempo di permanenza nel parallelepipedo infernale, ovviamente maggiore.
In questi sfortunati casi, dunque, evitiamo di rispondere con le parole: Stage,Tirocinio, Centro, Consulenza, Servizi, Comunicazione, Gestionale e simili, perché la risposta, che di solito coincide, come in un film, con l’apertura delle porte dell’ascensore e il tipo che scende senza darci possibilità di replica, sarà sempre una: “Ho capito, lavori in un Call Center”.
Il viaggio in ascensore, ancora una volta, ci ha lasciato l’amaro in bocca e una domanda: come faceva il vecchio a sapere che il cv ad un call center lo abbiamo mandato davvero e lo hanno pure beatamente respinto?
Più campagna e meno condomini, per la nostra salute fisica, ma soprattutto mentale.

Questo post anche su http://issuu.com/vivilavoro/docs/vivilavoro-004 (pag.23) Vivilavoro Magazine. Free press dedicato al mondo del lavoro.

lunedì 3 dicembre 2012

Trovare lavoro si può. Basta un po' di strategia


Il vicino di casa mi ha detto che “oggi per i giovani è dura”. La nonna di mio cognato mi ha detto che “per i giovani adesso è difficile trovare lavoro”. La nostra amica di famiglia 85enne che vive in un cottage nel sud dell’ Inghilterra mi ha detto “I know, in Italy, today, it’s very difficult to find a job”. E Gino, beh, Gino è unmio amico,  ha 53 anni, ma il lavoro lo sta ancora cercando.
 Si potrebbe riassumere che, se l’hanno capito loro, i nostri italiani di mezza età, se anche loro hanno smesso di vantarsi i nipoti parlando col vicinato, alludendo a studi oltre oceano e master per classi ridotte, allora abbiamo toccato il fondo. MA, c’è sempre un MA, una volta che si è toccato il fondo cosa ci aspetta? Si può solo risalire, dicono. Quindi ragazza/o tocca a te! A me, a noi. Trovare lavoro si può. Basta un po’ di strategia. Ecco qualche consiglio.



1 
1.      Prendi nota di ciò che sai fare
Carta e penna alla mano, butta giù cosa sai fare e cosa ti appassiona. Qualunque attitudine oggi potrebbe fruttarti. Magari quella tua passione per la musica che hai trascurato, oppure quella per il calcetto. Conosco gente che ci sta costruendo un impero sul calcetto. Pensa ad ogni cosa, anche quella che al momento ti sembra irrilevante e scrivi. Ora rileggi e cerca di collegare ognuna delle tue passioni con una possibile occupazione. E’ già un buon inizio. Fino a oggi non sapevi neanche cosa ti sarebbe piaciuto fare, isn’t?

2.      Non perdere di vista l’obiettivo
Decidi cosa vuoi fare e fallo. Facile vero? Non ti fare trascinare dal fiume della vita. Volere è potere. Inizia adesso! Il tuo sogno nel cassetto è fare l’astronauta (per esempio)? Bene! Informati sugli studi da intraprendere o i titoli necessari, sui limiti d’età, sui luoghi del mondo dove si pratica questo mestiere e tira fuori qualche vecchia esperienza inerente. Poi affronta con coraggio i colloqui. Non hai nulla da perdere. Poche chiacchiere e ricorda: ognuno è in grado di fare qualsiasi cosa. Basta iniziare a farla.

3.      Metti in relazione tutte le tue esperienze
Pensa ad ogni tua esperienza passata, lavorativa e non. Non deve essere per forza attinente al lavoro che stai cercando, basta che sia complementare. Il servizio civile, lo stage dell’università, il tirocinio formativo di un corso, il tuo vecchio lavoro stagionale. Tutto può spiegare a te stesso e agli altri quali competenze hai sviluppato negli anni. Faccio un esempio banale. Hai lavorato come commessa in un negozio d’abbigliamento e dio solo sa quanta pazienza ci vuole per aiutare una donna taglia 46 che crede di essere una 42. Oppure hai lavorato in un bar dove hai gestito i dipendenti per un periodo. Occupazioni del genere, sono esperienze pregresse nel campo della gestione risorse umane o della comunicazione con il cliente che potrebbero tornarti utili anche per lavorare in una grande azienda. A volte il modo di dire le cose le fa sembrare diverse. Trova quello giusto.

4.      Crea un database lavoro
Apri un bel foglio excell e in una griglia di tutto rispetto mettici tutte le aziende per le quali vorresti lavorare. Inserisci, nelle varie colonne, tutti i loro contatti e specifica se cercano personale, se hai mandato un cv e in quale data, se ti hanno risposto e se hai fatto un colloquio. Questo lavoro ti servirà per tenere traccia delle tue ricerche e ripetere l’invio del cv circa ogni sei mesi. Magari una delle volte capiti a fagiuolo.

5.      Trucco e parrucco al tuo curriculum
Il tuo curriculum vitae deve sapersi trasformare in base al colloquio che andrai ad affrontare.
- Metti in risalto le esperienze più attinenti al lavoro che vuoi fare.
- Riassumi le esperienze meno significative in un’unica frase come ad esempio “Occupazioni stagionali presso pub e pizzerie”.
- Non ti dilungare. Ricorda che un cv accattivante è un cv chiaro e breve (meglio in una pagina, massimo due). Nessuno vuole perdere tempo oggi e di certo il romanzo della tua vita non interessa al tuo prossimo datore di lavoro.
- Sii sincero e fiducioso. Dichiara il tuo vero grado di conoscenza delle lingue e del pc. Tante cose si imparano sul campo. Inoltre, ti rincuorerà sapere che c’è tanta gente che sta messa peggio di te, credimi.

1)      Sii umile
Ricorda che, come si dice a casa mia, “Nessuno nasce imparato”. La tua laurea non ti rende speciale rispetto agli altri. La laurea ce l’hanno tutti. E neanche il master post lauream. Mia cugina ne tiene cinque, ttiè. Quando inizi un lavoro, sii umile nell’imparare dagli altri e disponibile a sacrifici e orari flessibili. La gavetta è necessaria ai tuoi datori di lavoro per conoscere le tue potenzialità, ma anche a te, per capire cosa ti riesce meglio e crescere professionalmente.

2)                 Sostieni colloqui
Ebbene si, sostieni colloqui. Sembra scontato, ma tu sai benissimo di essere pigro. Ecco, se ancora nessuno te l’ha detto per ottenere un lavoro devi proporti. A meno che tuo padre non faccia da sempre per te “qualche telefonata alle persone giuste”. Perciò forza! Vestiti in maniera che ti descriva, se sostieni un colloquio presso una realtà dove la tua personalità può influire sull’esito. Oppure vestiti in maniera anonima come facevo io agli esami dell’università: ti aiuterà ad essere giudicato per quello che dici e non per l’impressione che il tuo aspetto dà alla persona che ti esamina. Vedrai che troverai qualcuno disposto a darti una possibilità.

3)                 Applica la tattica di Cenerentola
Questa tecnica, seppur utilizzata da Cenerentola per rimorchiare, l’ho imparata per caso a mie spese. Ti succederà, prima o poi, di sostenere un colloquio e di dimenticare in sede qualcosa di tuo. A me è capitato di dimenticare un ombrello. Ti richiameranno presto, vedrai. E mentre tua madre, dietro di te, con mani giunte bisbiglierà, convinta, che tu sei il migliore, che lei l’ha sempre saputo, che loro se ne sono accorti e non hanno aspettato neanche un’ora dal colloquio per darti un esito positivo, ti farà piacere sapere che ti richiamano solo per avvisarti che il tuo ombrello è lì da loro.
A cosa serve questa tecnica dirai? Serve a procurarti altri contatti con lo staff dell’azienda dove vorresti lavorare. La telefonata per l’oggetto dimenticato è un’occasione di dimostrarsi gentili ed educati e la seconda visita per recuperarlo un modo di far rivedere la tua faccia da beota che, dai e dai, sembrerà simpatica e familiare. E’ come per i grandi brand insomma. Più li vedi in giro più li senti vicini. Ecco, ora hai una carta in più per competere con chi brama quel posto di lavoro.

4)                 Gasati con una serie tv
Vuoi fare il dottore? Hai un’ampia scelta tra le serie tv che trattano storie di medici: E.R., Grey’s Anatomy, Scrubs, ecc. Vuoi fare la commessa? Sabrina Ferilli ti dimostrerà come si sgobba vicino ai camerini in una serie tv strappalacrime e strappamaroni di qualche decina d’anni fa. Vuoi fare il mafioso? Guarda I Soprano. Vuoi fare il copy? Guarda Mad Man, che aspetti? Vai!Mi leggerai un’altra volta.

                                                                                     una saggia, ma troppo proprio Zia Cin 

venerdì 8 giugno 2012

8 regole per sopravvivere all’ Università



“ Per me si và nella città dolente
Per me si và ne l’eterno dolore
Per me si và tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio altro fattore:
Fecemi la Divina Potestate
La somma sapienza e’l primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create
Se non eterne, e io eterna duro.
Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.”
Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto III



Luogo di perdizione, di alienazione, buco nero, triangolo delle bermuda, purgatorio e limbo, più che inferno… tutto questo è l’Università Italiana.
Perso nei meandri della burocrazia universitaria, un giorno ti risvegli tutta sudata come da un incubo nel quale cercavi con tutte le tue forze di arrivare al traguardo di una gara senza riuscirci mai… “Cosa può significare dottore?”


Poi, una volta svegliato: peggio di Fry in Futurama. Mentre eri ibernato nei corridoi dell’ Ateneo, tutto è cambiato.
Eh si, perché il mercato del lavoro ormai è saturo; i concorsi magnati dalla fila di gente che li ha già vinti 30 anni fa; il master era una battuta di humor inglese, anzi no, una freddura di quelle che ti lasciano incazzato e, ahimè, non ti abilita a lavorare (non gliel’avevamo detto al momento dell’iscrizione dottoressa?); gli stranieri fanno i lavori che noi italiani non ci abbassiamo a fare; le pensioni ce le hanno cancellate dalla memoria con l’aggeggio sparaflesciante di Man in Black; i ragazzi più giovani di te hanno il first, la patente europea, tre lauree e guidano gli aerei; e ultima notizia: mentre facevi l’università sono state eliminate da un decreto ministeriale le mezze stagioni. Sì, proprio così.

Ad ogni modo, chi c’è già passato, forse può darti qualche dritta…

1)    Iscrizione per incoscienza

No aspè, prima cosa MA DEVI PROPRIO ISCRIVERTI ALL'UNIVERSITA'? In questo momento storico non assicura un lavoro, a stento una cultura. E quella, in ogni caso, puoi creartela da tè. Le facoltà, poi, sono organizzate grossolanamente da un omino che un giorno si sveglia e inserisce sul piano di studi materie e laboratori a casaccio. Senza alcun criterio, né un filo logico. Per non parlare della raccolta punti mulino bianco dei cfu, o crediti universitari. Talvolta distribuiti agli studenti come premio per chi frequenta noiosi e inutili seminari, talvolta barattati, concessi, elargiti secondo strane dinamiche di accorpamenti, equiparazioni, concessioni, pizzi, pozzi, roba da pazzi.

2)    Se ti sei iscritto ormai la frittata è fatta: allora studia

Il cazzeggio è una cosa che fa troppo ridere all’università, davvero. Se ci pensi non ha senso, perché il cretino che paga, indovina? Sei tu. -.-

3)    Non fare zapping

Ti sei trovato male nella prima facoltà, lo capisco. A 18 anni quasi nessuno sa cosa vuole fare nella vita. Neanche a 25, se è per questo. Però poi cambiare again diventa preoccupante. Intendo a livello clinico.

4)    Non fissarti con i voti, ti prego

Una tristezza senza fine e ritegno. Amicizie che finiscono, “più che amicizie” che iniziano (gente che si vende per gli appunti…ho visto di tutto). Una volta laureato capirai che i voti da 25 in su servivano solo ad una cosa, a tenere alta la media. E la media alta a cosa serviva? A conseguire il diploma di laurea con un voto dal 105 in su. E il voto alto del diploma a cosa serviva?Ad avere più possibilità di essere assunto in aziende o per acquisire punteggio nei concorsi. Bene, allora tagliamo corto. Nei concorsi il vincitore è quasi sempre il cugino del politico, quindi i punti non ti servono. Il voto nel curriculum non lo guarda nessuno perché nelle aziende, oggi, ha un’unica importantissima funzione: LA BARCHETTA DI CARTA.

5)    Fase laureando: gioca d’anticipo

Metti in conto che i professori preferiscono seguirti su Twitter piuttosto che seguirti in quanto tesista. Dovrai quindi inseguirli, braccarli, rendere loro la vita impossibile… come stalker avrai molte più probabilità di farti dire il fatidico Sì!!! Cercali quando ti manca la metà degli esami, sent’ammè. Dì loro che te ne mancano tre, inventa i nomi, sorridi ed esci. Ci cascheranno, ci cascano tutti. Questa è la tua assicurazione sulla laurea.
Nell’85% dei casi, infatti, il primo professore ti dice di sì per poi darti buca al secondo contatto, farfugliando a testa bassa di non averti mai conosciuto, mentre un gallo canta tre volte.
Nel 30% dei casi, invece, il prof. ti dà buca all’altare, ossia poco prima della laurea, dopo che per mesi ti ha detto di stare tranquillo che c’era tempo. Scappa via, così, come se per lui non avessi mai significato niente. Getti le foto, piangi sul letto, ma poi ti ricordi di quell’altro prof. sfigato. Come si chiamava?...D’amore, De More, si insomma quello della materia più inutile del mondo che nel piano di studi puoi sostituire con 10 ore di cassa alla Conad. Beh, comunque si chiami è da lui che devi andare. La sua materia è perfetta. Avrai la tua laurea in fretta, senza toppe e intoppi.

6)    A due passi dalla Laurea: non ti cullare

Una volta ottenuto il Sì “a parole” non ti cullare. Non ti aspettare nessun aiuto: imposta lo schema della tesi da solo, cerca il materiale, taglia, copia, incolla, aggiungi, stacca, lecca, attacca…poi, quando hai già il primo capitolo, cerca di nuovo il prof. Si nasconde, ti dà buca, si nega con timidezza la creatura della notte, il topo da biblioteca, ma tu lo sai che è sempre lì, nel suo studio e lo aspetterai….oh sì che lo aspetterai. Fosse l’ultima cosa che fai!!! Perché non ti sei fatto il mazzo fino a questo punto per poi pagare l’ennesima rata delle tasse universitarie (che tra l’altro da quando hai iniziato è aumentata di circa 1000 euro).
Gli fai vedere il lavoro, una firma qua e una là, un bollettino qui e uno lì (maledette sanguisughe) ed esce uno scontrino:
COMPLIMENTI, TI STAI LAUREANDO. PAGA LE TASSE UNIVERSITARIE CON 200 MONETE ALLA BANCA, POI VAI IN PRIGIONE E RIMANI FERMO UN GIRO.

7)    A un passo dalla laurea: attenzione ai segretari

Ad ogni modo ci sei, la tua cartella è in segreteria, la tua foto dell’ iscrizione (quella brutta delli piccinni della nenne) è lì, tuo simulacro, a controllare la situazione. Con la sciarpa intorno al collo (pure con 50 gradi all’ombra), la frangetta spennacchiata (ma com’è che avevi la frangetta?!), gli occhi grandi grandi pieni di speranze, lo sguardo fresco, la foto controlla che nella cartella ci sia tutto. Ma non si sa mai. A 15 giorni dalla seduta aspettati la proverbiale telefonata del segretario (simpaticissimo come tutti) che ti avverte che hanno smarrito qualcosa. Ma tu prontamente, proprio perché avrai letto questo post, avrai la tua copia (duplice) di ogni documento. Non sarà un problema far sentire una schiappa il segretario e inviargli via posta quello che ha smarrito.

8)    Puoi chiudere gli occhi: Dottore, dottore, dottore del b del c.

Infine sei dottore. La discussione è andata bene. Togliendo quel professore che leggeva il giornale, quello che stava su fb dal cellulare, quello che si pettinava con le chiavi sbadigliando e quella che ti guardava sorridendo perché sognava ad occhi aperti, tutta la commissione era entusiasta  del tuo lavoro e attenta durante la discussione. Certo, magari potevi evitarti quella risposta da esaurito secchione all’unico professore che ha dimostrato un minimo d’interesse (la mia era: Ma lei mi sta dando della bacchettona?). Ad ogni modo è fatta. E’ andata. I punti sono stati dati alla cazzo, come al solito, con criteri scelti da un gruppo di vecchi saggi che vive sul monte Pter. Ma lo dimenticherai, ti assicuro.
E adesso? Beh, questa è un’altra storia.
                                                                                              La vostra Zia Cin

martedì 17 aprile 2012

Un progetto in una ruota. Ecco cos’è la vita.



Il Partito diceva che l’Oceania non era mai stata alleata dell’ Eurasia. Lui, Winston Smith, sapeva che appena quattro anni prima l’Oceania era stata alleata dell’ Eurasia. Ma questa conoscenza dove si trovava? Solo all’interno della sua coscienza, che in ogni caso sarebbe stata presto annientata. E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del Partito “controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato.” E però il passato, sebbene fosse per sua stessa natura modificabile, non era mai stato modificato. Quel che era vero adesso, lo era da sempre e per sempre. Lo chiamavano “controllo della realtà”. La parola in neolingua era bipensiero.

                                                                                                                               1984, George Orwell


Voci di corridoio, quasi echi lontani, mi dicono che oggi la situazione lavorativa di una persona non deve più essere intesa come qualcosa di fisso, né stabile, nella vita. Come nel gioco in cui Tizio sussurra una frase nel’orecchio di Caio, il quale a sua volta ripeterà a Sempronio, e Sempronio sussurrerà a Materasso, finché SpongeBob, ultimo della fila, non potrà che ripetere, ad alta voce, il prodotto distorto di tanti sussurri. Così m’immagino sia finita la storia del lavoro in Italia. A schifìo.

In pratica inizia il periodo del lavaggio del cervello, dove noi stessi (sarebbe troppo chiedere allo Stato di passarci gratis almeno un lavaggio del cervello, pure una sciacquata alla buona, che sò) cerchiamo di auto convincerci che VUOI LAVORARE DA CASA? sia l’indirizzo del nostro ufficio. Ci spariamo film con uomini in canottiera e mitragliatrice, plot narrativi differenti ma unica morale: vivere alla giornata è bello. Ci ripetiamo che forse “avevamo bisogno dell’ennesimo corso di formazione” da aggiungere al cv di ormai 13 pagine. Assaporiamo, con tanto di rumore di bocca, il nostro caffè by moka (Quarta ovvio) disdegnando quello insipido e acquoso della macchinetta che ci propinavano in ufficio durante il nostro ultimo contratto a progetto.. Progetto! Certo, la chiave è questa! La vita bisogna vederla come un progetto. Facciamo come una ventina, trentina di progetti che si susseguono và.




In fondo questa cosa del cartellino da timbrare, del badge, era una sorta di schiavitù giusto? Arrivare a lavoro ad un’ora prestabilita, avere dei colleghi per più di trenta giorni, progettare fine settimana con la famiglia, serate con gli amici e cercare di crescere professionalmente in un unico campo…roba da manicomio! No, noi giovani di oggi non vogliamo essere così.
Noi vogliamo adrenalina. Vogliamo disconoscere il nostro destino da qui a una settimana, sostenere colloqui su colloqui per nuove realtà che stanno nascendo nel territorio e che, ahimè, al momento non hanno la possibilità di pagarci, ma col tempo e con il nostro contributo, certamente sì.

Vogliamo essere versatili. Essere cuochi ma anche cacciatori di coccodrilli e personal trainer e can caminìn, can caminìn, spazza camìn.

Vogliamo essere circuiti dai politici durante il periodo delle elezioni in città. Applaudire come gli esaltati dell’ Herbalife ai loro convegni. Vogliamo credere nella loro amicizia e nei loro buoni propositi che cambieranno la città o almeno alcune ville di essa.

Vogliamo anche vivere lontani da casa, pagare l’affitto con il nostro lavoretto del finesettimana e farci mandare da mammà soldi e vasetti di sugo per sopravvivere. Perché gli agenti di commercio “porta a porta” potremmo farli anche nella nostra città natale, ovvio, ma sarebbe come ammettere di aver fallito e di aver aspettato per troppi anni che la ruota girasse, per poi scoprire che era senza perno e, gira e gira, è rotolata via. 

Spero che la chiave di lettura di queste mie considerazioni non sia il pessimismo cosmico di Leopardi, come può sembrare, ma piuttosto uno spunto per una presa di coscienza riguardo la nostra passività allo stato di cose. Non credo che adattarci ci aiuterà. Né lavorare gratis per dimostrare la nostra bravura. Perché quando non saremo più disposti a lavorare gratis, non saremo assunti. La nostra bravura sarà sostituita dalla bravura di qualcun altro, disposto, a sua volta, al lavoro gratuito per dimostrarla.
                                                                                  

                                                                                       La vostra amichevole Zia Cin di quartiere

Nipoti